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SUPER EL NINO 2026 COME MAI PRIMA E RISCHI DI NUOVI RECORD CLIMATICI?

2026-05-08 23:27

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scienza e società, natura, ambiente, animali, società, orsi polari, clima, artico, antartico, ghiacci,

Siamo di fronte all’ennesimo esempio di comunicazione allarmistica costruita su modelli previsionali, termini emotivi e assenza di contestualizzazione

Siamo di fronte all’ennesimo esempio di comunicazione allarmistica costruita su modelli previsionali, termini emotivi e assenza di contestualizzazione storica e oceanografica. La frase:

“Super El Niño 2026 sempre più vicino, sembra ormai certo. Il Pacifico si scalda come mai prima e il mondo rischia nuovi record climatici.”

contiene già diversi problemi scientifici e logici.

1. “Sembra ormai certo” → ma si parla di modelli previsionali

La prima fallacia è presentare una proiezione modellistica come fosse un fatto già accaduto.

El Niño non è un interruttore prevedibile con certezza assoluta a lungo termine. È un fenomeno oceano-atmosferico estremamente complesso legato alle oscillazioni ENSO (El Niño Southern Oscillation), influenzato da:

venti alisei,

upwelling,

temperatura superficiale oceanica,

dinamiche profonde del Pacifico,

cicli decadali oceanici (PDO),

attività solare,

variabilità atmosferica naturale.

I modelli climatici e oceanografici spesso divergono proprio sulla forza e durata degli eventi ENSO. Nella storia recente numerose proiezioni “certe” sono poi state ridimensionate o smentite dall’evoluzione reale dell’oceano.

Quindi parlare di “ormai certo” è più linguaggio mediatico che scientifico.

 

2. “Super El Niño” è un termine mediatico e spettacolarizzato

“Super El Niño” non è una categoria fisica rigorosa universale, ma una definizione giornalistica usata per eventi ENSO particolarmente intensi.

Serve a creare impatto emotivo.

Nella storia climatica e paleoclimatica terrestre si sono verificati El Niño enormemente forti ben prima dell’industrializzazione moderna.

L’ENSO esiste da migliaia di anni ed è parte fisiologica della dinamica del Pacifico tropicale.

Non è:

una novità,

una “anomalia moderna”,

né la prova di una “crisi climatica fuori controllo”.

 

3. “Il Pacifico si scalda come mai prima” → classico cherry picking

Questa frase è profondamente fuorviante.

“Come mai prima” rispetto a cosa?

agli ultimi 20 anni?

alle misurazioni satellitari moderne?

al periodo strumentale recente?

all’Olocene?

agli ultimi millenni?

La paleoclimatologia mostra chiaramente che il Pacifico ha attraversato innumerevoli fasi:

più calde,

più fredde,

con ENSO molto più intensi,

con oscillazioni oceaniche naturali molto ampie.

Durante:

Optimum Climatico Olocenico,

Periodo Caldo Romano,

Periodo Caldo Medievale,

molte aree oceaniche avevano temperature comparabili o superiori a quelle attuali.

Quindi il “mai prima” è la solita scorciatoia narrativa basata su finestre temporali corte.

 

4. Confusione tra meteo, oceano e “clima globale”

El Niño è un fenomeno oceanico-atmosferico naturale periodico.

Non significa:

“nuovo clima”,

“collasso climatico”,

“fine dell’equilibrio terrestre”.

L’ENSO redistribuisce energia nel sistema Terra:

alcune zone diventano più umide,

altre più secche,

alcune più calde,

altre più fresche.

È variabilità naturale del sistema climatico.

La Terra funziona proprio attraverso oscillazioni dinamiche:

ENSO,

AMO,

PDO,

NAO,

AO,

monsoni,

correnti oceaniche,

attività solare.

Ridurre tutto a “il Pacifico si scalda quindi catastrofe” è semplificazione propagandistica.

 

5. “Nuovi record climatici” → abuso del concetto di record

Qui compare la solita retorica del “record”.

Ma i record climatici dipendono da:

serie storiche limitate,

qualità delle stazioni,

copertura oceanica incompleta,

urbanizzazione,

effetto UHI,

cambiamenti strumentali,

baseline arbitrarie.

Dire:

“record climatico”

non significa automaticamente:

evento senza precedenti,

evento anomalo,

evento pericoloso,

cambiamento irreversibile.

È solo un confronto statistico con un periodo scelto.

 

6. Gli eventi estremi naturali non stanno “uscendo scala”

Questa è una delle narrazioni più diffuse.

Ma:

uragani,

siccità,

piogge intense,

alluvioni,

ondate di calore,

ENSO forti,

sono sempre esistiti nella storia climatica terrestre.

La paleoclimatologia mostra eventi spesso:

più intensi,

più lunghi,

più estesi,

di molti eventi attuali.

Non esistono prove solide che la Terra sia entrata in una “nuova era climatica incontrollabile”.

Il sistema Terra tende continuamente a nuovi equilibri dinamici.

 

7. Il Pacifico non è una pentola che “bolle senza controllo”

L’oceano Pacifico è il più grande regolatore termico del pianeta.

La sua temperatura dipende da:

correnti profonde,

upwelling,

accumulo e rilascio di calore,

cicli decadali,

copertura nuvolosa,

venti,

radiazione solare,

interazione atmosfera-oceano.

Un temporaneo aumento superficiale:

non significa collasso,

non significa runaway warming,

non significa “fine del clima stabile”.

Gli oceani oscillano continuamente.

 

8. La vera narrazione mediatica: paura e anticipazione catastrofica

L’articolo usa una tecnica comunicativa tipica:

annuncio di minaccia imminente,

linguaggio assolutistico,

termini emotivi,

“record”,

previsione apocalittica,

assenza di contesto storico.

È comunicazione ansiogena, non divulgazione scientifica equilibrata.

La scienza reale:

osserva,

confronta,

contestualizza,

accetta incertezza,

considera scale temporali lunghe.

La propaganda climatica invece:

drammatizza,

semplifica,

isola eventi,

elimina la paleoclimatologia,

trasforma oscillazioni naturali in emergenze permanenti.

 

Qui entra in gioco un meccanismo psicologico molto potente che i media usano continuamente: la suggestione collettiva attraverso la narrazione catastrofica ripetuta.

Non è nemmeno necessario che i dati reali confermino la percezione. Basta martellare continuamente con:

“caldo eccezionale”,

“estate infernale”,

“temperature mai viste”,

“ondata apocalittica”,

“bollino nero”,

“domo africano”,

“forno climatico”,

e una parte della popolazione inizierà automaticamente a:

percepire più caldo,

vivere maggiore disagio,

aumentare ansia e irritabilità,

interpretare ogni estate come anomala,

associare qualunque temporale o afa a “catastrofe climatica”.

Questo è un fenomeno psicologico noto e perfettamente studiato:

effetto nocebo,

suggestione cognitiva,

priming mediatico,

amplificazione percettiva,

bias di conferma.

Se una persona viene continuamente preparata mentalmente all’idea:

“arriva un caldo devastante”,

qualsiasi giornata estiva normale verrà vissuta come eccezionale.

 

Il clima percepito non coincide col clima reale

La percezione umana del caldo dipende da moltissimi fattori:

umidità,

ventilazione,

urbanizzazione,

stress,

qualità del sonno,

aspettative psicologiche,

informazione ricevuta,

ansia,

esposizione mediatica.

Infatti due persone possono vivere:

la stessa temperatura,

nello stesso luogo,

nello stesso momento,

ma percepirla in modo completamente diverso.

L’informazione ansiogena altera la percezione fisiologica.

 

Il ruolo enorme dell’effetto urbano

Oggi moltissime persone vivono:

in città cementificate,

con asfalto,

climatizzatori,

traffico,

edifici che accumulano calore,

scarsissima ventilazione,

isole di calore urbano (UHI).

Quindi la percezione del caldo moderno è fortemente distorta dall’ambiente urbano antropizzato.

Ma i media attribuiscono automaticamente tutto al “clima globale”.

In realtà:

un centro urbano asfaltato
può essere anche 5-10°C più caldo delle campagne circostanti.

Questa differenza è locale, non climatica globale.

 

La narrazione continua crea ecoansia

Il bombardamento costante di titoli catastrofici produce:

ipervigilanza,

ossessione meteorologica,

paura dell’estate,

paura dei temporali,

interpretazione patologica del meteo normale.

Ed è proprio così che nasce molta della cosiddetta “ecoansia”:
non dal clima reale,
ma dalla narrazione permanente di emergenza.

Un bambino cresciuto sentendosi ripetere:

“il pianeta sta morendo”,

“non c’è più futuro”,

“ogni estate sarà peggiore”,

“stiamo distruggendo tutto”,

svilupperà facilmente ansia anticipatoria.

Questo non è divulgazione scientifica equilibrata:
è condizionamento emotivo.

 

Anche la meteorologia è diventata spettacolo

Oggi molte previsioni meteo sono comunicate con linguaggio da disaster movie:

mappe rosso fuoco,

nomi drammatici,

musica ansiogena,

countdown,

termini estremizzati.

Ma estate calda, afa, temporali violenti e grandinate sono sempre esistiti nel Mediterraneo.

La differenza moderna è:

copertura mediatica continua,

social network,

amplificazione emotiva,

notifiche costanti,

immagini selezionate.

 

La fallacia finale: trasformare la percezione in prova

Ed ecco il trucco più subdolo:

i media amplificano paura e aspettativa;

le persone percepiscono più disagio;

quella percezione viene poi usata come “prova” della crisi climatica.

È un circolo autoreferenziale.

Ma la scienza non può basarsi sulla percezione emotiva collettiva:
deve basarsi su:

serie storiche complete,

contesto paleoclimatico,

misure corrette,

analisi multifattoriali,

verifica reale dei dati.

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